martedì 17 aprile 2018

Palermo 19 aprile, Alla libreria Macaione si presenta il romanzo di Mariceta Gandolfo “Sotto il cielo di Palermo” (Ed. La Zisa)






“Sotto il cielo di Palermo” è il titolo del romanzo di Mariceta Gandolfo, pubblicato dalle Edizioni La Zisa, che sarà presentato giovedì 19 aprile, alle ore 17 e 45, presso la libreria Macaione-Spazio Cultura di via Marchese di Villabianca 102, a Palermo. Oltre all’autrice, interverranno Augusto Cavadi e Serena Lo Piccolo. Letture di Francesco Giordano.

Il romanzo: Mariceta Gandolfo, “Sotto il cielo di Palermo. Storie di famiglie”, Edizioni La Zisa, pp. 144, euro 12,00 (ISBN 978-88-9911-387-2)

Una storia di Palermo, dagli inizi del ‘900 alla fine degli anni ’60, attraverso le microstorie di due famiglie, e dei loro rispettivi affetti, che procedono parallelamente senza mai incontrarsi, finché il caso non le unirà nei loro discendenti. Le origini sono lontanissime e diverse: da un lato un intraprendente giovanotto milanese, commesso di una cartoleria a Milano, che viene mandato dal suo principale a dirigere una succursale a Palermo; dall’altro un agiato gabelloto, originario di una delle zone più interne ed arretrate della Sicilia, che ambisce ad assicurare un futuro da “borghese” ai suoi figli. Da queste due scelte di vita scaturiranno tutte le vicende, i destini, gli amori. Una visione trasversale di Palermo, protagonista del romanzo coi suoi riti, le sue tradizioni e il suo dialetto colorito, attraverso le ripercussioni che la Storia avrà sulle vite dei personaggi. Palermo città amatissima e straziata dai suoi stessi figli, ma sempre risorgente dalle sue ceneri. All’interno un misto di realtà e d’invenzione: autentiche le ricostruzioni storiche, tratte da fonti accreditate e dalla memoria orale; frutto di fantasia alcune vicende private che rispettano tuttavia carattere e temperamento dei personaggi reali. Storia di due famiglie profondamente amate dall’autrice, la cui voce diventa quella narrante.

Mariceta Gandolfo è nata e vive a Palermo; laureata in Filosofia e in Lettere Classiche presso l’Università di Palermo. Ha insegnato per molti anni presso l’Istituto alberghiero e il Liceo Classico Francesco Scaduto di Bagheria. Ha scritto e diretto vari testi teatrali e collaborato alla rivista Mezzo Cielo. Attualmente collabora alla rivista di psicologia Link e insegna presso l’Università Leonardo Da Vinci di Palermo.



“Sotto il cielo di Palermo” cosa è accaduto… il romanzo della Gandolfo




Di Augusto Cavadi (siciliainformazioni.com, 16 aprile 2018)

Sulla scia luminosa di Rainer Maria Rilke, Wim Wenders ha provato a raccontarci, in un celebre e riuscito film del 1987, cosa si muova sopra il cielo di Berlino. Più modestamente, ma anche più realisticamente, Mariceta Gandolfo prova a raccontarci cosa si muova Sotto il cielo di Palermo (La Zisa, Palermo 2017,) o, meglio, qualcosa di ciò che si è mosso sotto il cielo palermitano negli ultimi cento anni. Qualcosa: più precisamente alcune vicende delle famiglie dei suoi genitori, il dottor Nino e mamma Ela, intrecciate con le “microstorie” di parenti e amici, più o meno noti, appartenenti alla piccola e media borghesia cittadina. La narrazione, sostanzialmente biografica, non lo è in maniera esclusiva: infatti, come dichiara l’autrice in quarta di copertina, si tratta di “un misto di realtà e d’invenzione: autentiche le ricostruzioni storiche, tratte da fonti accreditate e dalla memoria orale; frutto di fantasia alcune vicende private che rispettano tuttavia carattere e temperamento dei personaggi reali”. In questa narrazione Palermo non risulta mero palcoscenico né una sorta di telone dipinto come sfondo: come dichiara la stessa autrice, nello stesso luogo, si tratta di una vera e propria “protagonista del romanzo, con i suoi riti, le sue tradizioni e il suo dialetto colorito, attraverso le ripercussioni che la Storia avrà sulle vite dei personaggi”. Tra queste tradizioni non potevano mancare, di certo, almeno alcuni accenni alle delizie culinarie che aiutano a perdonare tante altre esperienze assai meno delizianti: se è vero, come spiega alla nipotina un personaggio de La lunga storia di Marianna Ucrìa, che l’inferno possiamo immaginarlo fedelmente come una specie di grande Palermo senza pasticcerie. Personalmente ho sottolineato la pagina dedicata alla “pasta al forno” (traduzione italiana dell’enigmatica pasta cu furnu dialettale) (pp. 42 – 43). Raccontare Palermo è impossibile senza notare le sue molteplici contraddizioni che, ancor oggi, mutatis mutandis, la rendono tanto interessante e stimolante quanto faticosa e scoraggiante. Per limitarmi a una sola evidenziazione: la contraddizione, nella Palermo anteriore al boom economico degli anni Sessanta del Novecento, fra la ricchezza, parassitaria ed esibita, degli aristocratici di origine spagnola e la miseria, accettata come dato naturale da una maggioranza di proletariato e sotto-proletariato (nonostante occasionali vampate di ribellione, ma più fuori le mura della capitale che al suo interno: vedi i “Fasci siciliani” di fine Ottocento). Palermo è, storicamente, come quasi tutto il Regno delle Due Sicilie, una capitale senza borghesia colta e soprattutto produttiva, weberianamente intraprendente. Negli anni Venti, quando la nonna materna dell’autrice arrivò a Palermo dalla nativa Milano, trovò “due città: una era la città del popolo, con le viuzze, i mercati, la gente vestita poveramente che parlava ad alta voce in tono sguaiato con un orribile accento dalle vocali molto aperte, che viveva per strada, mettendo le sedie davanti all’ingresso delle abitazioni troppo piccole e buie per poter ospitare tante persone in una stanza; l’altra era la città dei nobili, con i suoi palazzi grandiosi, le ville magnifiche, le signore elegantissime che andavano due volte l’anno a Parigi per rinnovare il  guardaroba, la Palermo dei ricevimenti, delle corse automobilistiche, del golf. Osservò tutto questo con i suoi acuti occhi azzurri e decise che non avrebbe fatto parte di nessuno dei due mondi: loro erano borghesi, venivano dalla più operosa città d’Italia, non si sarebbero mescolati al popolino ignorante, ma neanche alla nobiltà parassitaria, che viveva in modo grandioso ed era capace di bruciare in una sola notte, al tavolo da gioco o in una cena per cento invitati, le rendite di un anno intero delle loro campagne” (pp. 17 – 18). Lei, il marito commerciante, avrebbe riempito il vuoto storico nel mezzo dei due strati sociali opposti: come i Florio, i Whitaker, gli Ingham, i Woodhouse, i Caflisch… Due notazione in chiusura. La prima è una precisazione. A proposito dello sbarco delle truppe statunitensi in Sicilia nel 1943, e della nomina a sindaci di vari mafiosi, l’autrice scrive che “la mafia era così entrata ufficialmente in politica, infiltrandosi nel principale partito di governo, comprandosi il voto degli elettori” (p. 72). Ma è davvero questo il momento in cui la mafia entra in politica o vi era entrata a metà del secolo precedente? Anzi: la mafia non era diventata mafia proprio quando era entrata nei gangli dello Stato? Lo dimostra, con una serie impressionante di testimonianze, Umberto Santino nel suo recente La mafia dimenticata. D’altronde è proprio in nome di un ambiguo antifascismo dei mafiosi (di quei mafiosi che non erano riusciti a riciclarsi nei quadri del Partito fascista e che erano stati perseguiti dal regime, almeno sino al trasferimento del prefetto Mori) che essi vengono nominati sindaci. La seconda notazione apre uno spiraglio sul futuro. Infatti, come avviene di norma, anche in questo libro lo sguardo attento e curioso sul passato suggerisce – pur senza proporselo intenzionalmente – delle idee per l’immediato futuro. Un esempio lo traggo dalle righe iniziali di pagina 51: “Mondello è tutt’ora bellissima, ma a quei tempi doveva essere una specie di paradiso: anche le foto in bianco e nero lasciano intuire la trasparenza dell’acqua, il bianco accecante della sabbia, il verde fitto dei giardini e dei palmeti. Una volta, quando vennero a Palermo lo zio Ernesto e la zia Dina, i ragazzi, in loro compagnia, avevano preso il battello a vapore che collegava giornalmente il porto di Palermo col porticciolo di Mondello e quella gita per mare era rimasta indelebilmente impressa nei loro cuori” (p. 51). Dunque l’idea di un collegamento giornaliero fra Palermo e Mondello via mare non è solo una bizzarra fantasia che mi accompagna da molti anni, ma è stata effettivamente realizzata quasi un secolo fa ! Perché non potrebbe realizzarsi nuovamente, magari estendendosi in estate tra porti siciliani più distanti?


giovedì 12 aprile 2018

Cosa nostra non è cosa mia, parla un imprenditore «Ho denunciato pizzo ma Stato mi ha lasciato solo» di Andrea Turco (MeridioNews, 27 MARZO 2018)




Nel libro pubblicato da Edizioni La Zisa Daniele Ventura racconta la sua vicenda di ex gestore di un bar, costretto a chiudere dopo aver pubblicamente denunciato i suoi estorsori. «La mia è una sconfitta per tutte le istituzioni». Ora gli sono rimasti i debiti e una flebile speranza «nei giovani»

«Resto nella mia Palermo». Daniele Ventura è un ex imprenditore, ora assediato dai debiti per un'attività commerciale iniziata sotto i migliori auspici e finita tra richieste estorsive, denunce isolate e la paura di una vendetta da parte della mafia. Non è un eroe, ammette di aver avuto paura e di continuare ad averne. «Il coraggio, uno, se non ce l'ha mica se lo può dare» per citare don Abbondio: ma la forza di volontà, quella sì, ce la si può dare: «Ho valutato altre ipotesi, ma ho scelto di restare per cercare di cambiare qualcosa, per non darla vinta a loro».

Ora Daniele, classe 1984, ha deciso di raccontare la sua vicenda in un libro. Si intitola Cosa nostra non è cosa mia, pubblicato dalla casa editrice La Zisa, con laprefazione di Stefania Petyx e la collaborazione di Franca Stefania Lo Cicero. «Questa è la mia storia - si legge nell'introduzione - la storia di un bambino divenuto ragazzo che ha combattuto contro la sua paura più grande, una paura chiamata Cosa nostra». E di paura Daniele ne ha avuta tanta. Come non averne per un giovane che, cresciuto a Brancaccio nel quartiere di don Puglisi decide, dopo il tentativo (fallito) di iscrizione alla facoltà di Medicina, di avviare un'attività commerciale. 

«Ho sempre lavorato, ma quasi sempre sfruttato - racconta - e per questo avevo scelto di mettermi in proprio. Avevo scelto di aprire un locale tra il porto e piazza Politeama, a due passi da piazza Florio. Ero riuscito ad avere un finanziamento da Invitalia. E così era cominciato il mio sogno, con l'apertura a giugno 2011». Il New Paradise, questo il nome del bar, si trova in via Principe di Scordia, nei pressi di Borgo Vecchio. Neanche il tempo di festeggiare che appena tre giorni dopo l'inaugurazione il giovane, allora neanche trentenne, riceve «spiacevoli visite. In dialetto e con tono minaccioso mi viene detto "ma tu vai a casa delle persone senza chiedere il permesso?". Ma io avevo tutto in regola, almeno per la legge». Non per la mafia, dunque, che intima di pagare il pizzo al nuovo arrivato. In serata. Daniele cede, temendo ritorsioni per sè e «per la zona». Eppure subito dopo aver pagato una somma di 500 euro va alla Direzione Investigativa Antimafia e denuncia i suoi aguzzini. 

Il calvario però è solo all'inizio. «I carabinieri mi invitavano a resistere, a non cedere ulteriormente - continua l'ex esercente -. Ma quelli tornano, e mi chiedono altri 250 euro per il primo mese. Intanto terrorizzavano tutto il quartiere, e così anche quella volta ho ceduto. Io nel frattempo avevo ingranato: avevo preso alcuni catering, avevo aperto la pizzeria. Poi arriva l'operazioneHybris, che azzera il mandamento di Porta Nuova, nata anche in seguito alle mie denunce. E allora dopo la retata i clienti  hanno iniziato ad abbandonarmi: già non è facile avviare un'attività in condizioni normali, ma da uno che denuncia la gente non ci va. Sono riuscito a rimanere aperto per un anno, poi non ce l'ho fatta più».

In quei neanche 365 giorni (la chiusura è avvenuta a giugno del 2012) Ventura vive ancora all'insegna della paura, tra il danneggiamento dei lucchetti e il furto della refurtiva, e l'ostracismo del quartiere. «Aprivo alle cinque del mattino - aggiunge - e ogni volta che spalancavo la saracinesca temevo che mi potesse succedere qualcosa. Ci sono state giornate in cui incassavo 15 euro al giorno, soldi con i quali non riuscivo manco a pagare la luce per tenere aperto. Così ho scelto di chiudere quando i debiti erano diventati troppo grossi». Intanto va avanti l'iter giudiziario, con la deposizione pubblica contro i suoi aguzzini. «Si trattava di gente come Francesco Chiarello, implicato nell'omicidio dell'avvocato Fragalà. Visti i soggetti, devo dire che mi è finita quasi bene».

A distanza di oltre cinque anni da quelle vicende, però, Ventura si sente solo. Riconosce il supporto di Addiopizzo, «che mi ha dato un grande aiuto dal punto di vista legale e psicologico», dell'associazione Up Palermo e della sua presidente Beatrice Raffagnino, e di persone come Ignazio Cutrò e di Gianluca Maria Calì, «che hanno storie molto simili alla mia». Ma le istituzioni però sono assenti dai suoi ringraziamenti. «Mi sono rivolto a tutti, dal presidente Mattarella all'ex premier Renzi. L'ex presidente Crocetta non mi ha mai risposto, mentre il sindaco Orlando mi ha detto che mi avrebbe aiutato ma dopo le elezioni è scomparso». E per tutti vale un ammonimento: «la mia chiusura è una sconfitta per tutte le istituzioni, così si dà il segnale che se uno denuncia resta solo. Io continuo a chiedere allo Stato di svegliarsi». La storia di questo "imprenditore coraggioso abbandonato dallo Stato ma che ha continuato a lottare contro Cosa Nostra", come recita la quarta di copertina, ha dunque un finale amaro. Pieno di debiti non estinti e di considerazioni solo in parte intrise di speranza.

«Voglio aprire un'associazione senza scopo di lucro, per tenere viva e pulita la lotta al racket - dice ancora Daniele. E la solidarietà di adesso giunge troppo tardi, mi fa certamente piacere ma non mi può aiutare nel concreto. Se avessi un lavoro pagherei tutto, finora ho fatto quello che ho potuto. Penso di aver fatto una scelta che in pochi fanno, e certamente se fossimo di più sarebbe tutto diverso e più facile per ciascuno. Vedo che c'è una voglia di cambiamento nei ragazzi, confido in quella». 

http://palermo.meridionews.it/articolo/64202/cosa-nostra-non-e-cosa-mia-storia-di-un-imprenditore-ho-denunciato-il-pizzo-ma-lo-stato-mi-ha-lasciato-solo/ 


martedì 10 aprile 2018

Arriva in libreria il romanzo di Antonino Gancitano, “Talagea dell'amor profano”, Edizioni la Zisa, pp. 192, euro 14,90




Il racconto di Talagea, con le voci che fioriscono da dentro, ci racconta la nostra storia con la lingua della nostra storia. Una lingua coagulatasi attorno agli eventi di questa terra, coniata dai ricchi linguaggi dei tanti dominatori che l’hanno vulnerata, hanno inferto un vurnu a lu so cori, un vulnus, provocato un urcu, un’ulcera chi ruri e ad un tempo forgiato una lingua rutilante, reattiva, incline all’onomatopea e docile alla simbolica poetica ed alla liricità del canto. […] In realtà «l’amor profano», che è l’oggetto narrativo della storia di Talagea, si rivela nel sogno come “amore profanato”. L’amore violentato e ucciso dall’insipienza umana che si ammanta di consuetudini, di censo, di spirito di casta, di volontà di dominio e di potenza, di prevaricazione e di sopruso, di violenza e di morte. E intanto, ciò nonostante, sulla soglia del sogno l’anima «grida al Dio dell’amore» […]. (dalla Prefazione di Leo Di Simone)

Antonino (Nino) Gancitano è nato a Mazara del Vallo, dove vive. Di professione medico, è un appassionato cultore della storia mazarese – specialmente di quella medievale  e delle tradizioni locali. Ha collaborato con il periodico dell’Associazione Culturale “L’Arco” di Mazara del Vallo. Ha ricercato, tradotto e pubblicato canti della tradizione popolare mazarese di terra e di mare. È inoltre autore di numerosi articoli di storia locale e tradizione mazarese. “Talagea dell’amor profano è il suo primo romanzo”.


I primi trent’anni di Edizioni La Zisa



I primi trent’anni di Edizioni La Zisa Le Edizioni La Zisa nascono nel 1988 a Palermo: un momento di vigore che ha visto Maurizio Rizza e gli altri soci fondatori rilanciare l’editoria siciliana trovando nuove chiavi di lettura per i fenomeni dell’Isola. L’intento iniziale era quello di recuperare e rimettere nuovamente in circolo testi di autori siciliani che avevano avuto una eco nazionale e internazionale e, insieme a essi, quelli di autori stranieri che si erano lanciati ad affrontare argomenti e temi siciliani. In particolare va ricordata l’inedita relazione sulla mafia del territorio corleonese presentata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa alla Commissione nazionale antimafia, che diede alla casa editrice nascente una certa notorietà su scala nazionale: nel tempo si è dato poi vita a nuove collane di storia, sociologia, antropologia, architettura, critica letteraria, economia. Tra gli autori, solo per citarne alcuni, si trovano i premi Nobel per la letteratura François Mauriac, Maurice Maeterlinck, e Ghiorgos Seferis ma anche i magistrati Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel 2007 prende il comando della casa editrice Davide Romano, che ha continuato l’avventura editoriale intrapresa dai fondatori, e la casa editrice ha iniziato anche una fruttuosa collaborazione con enti internazionali per le traduzioni delle letterature straniere grazie alle quali ha realizzato due collane di letteratura neogreca (Nostos/poesia e Nostos/narrativa), uniche in Italia, che annoverano fra i propri titoli opere di grande prestigio come il romanzo del già citato premio Nobel Ghiorgos Seferis Sei notti sull’Acropoli, l’opera del Premio Lenin Kostas Vàrnalis Il diario di Penelope e l’autobiografia di Nikiforos Vrettakos, Dolore, e poeti come Titos Patrikios, Ghiorgos Sarandaris. A breve, inoltre, debutterà una collana interamente dedicata alle letterature slave (russa, polacca, etc.) che si chiamerà Slavika e che comprenderà opere come quelle di autori come Pushkin, Tolstoj, Turgenev, Sienkiewicz, Bunin, Gor’Kij, Esenin, Cveteva, Majakovskij, Blok e tanti altri.
(Leggere:tutti, aprile 2018)

lunedì 9 aprile 2018

Palermo 13 aprile, Alla Libreria del mare si presenta il saggio di Girolamo Rotolo “La funzione del cibo come strumento di relazione interculturale” (Ed. La Zisa)



Appuntamento venerdì 13 aprile, alle 16 e 45, alla Libreria del mare di via Cala 50, a Palermo, per la presentazione del saggio di Girolamo Rotolo “La funzione del cibo come strumento di relazione interculturale” (Ed. La Zisa). Ne discuterà con l’autore Mariceta Gandolfo. Modererà il giornalista Davide Romano.
Il volume: Girolamo Rotolo “La funzione del cibo come strumento di relazione interculturale”, Edizioni La Zisa, pp. 96, euro 9,90 (Isbn 978-88-99113-76-6)

L’indagine antropologica sul cibo nelle diverse culture fornisce una ulteriore chiave interpretativa dei consumi alimentari, quali pratiche di senso culturale, e assurge a importante prospettiva di studio sulle culture degli immigrati. Nell’ottica di una ricerca sulle pratiche interculturali connesse all’educazione, il cibo costituisce un nodo di riflessione fondamentale sui possibili parametri e canali di comunicazione, sulla scorta anche delle analisi interpretative che l’Autore considera a partire dai classici dell’antropologia come Il crudo e il cotto di Claude Lévi-Strauss, fino alle teorie contemporanee di Franco Cambi.

Girolamo Rotolo è dal 2006 dottore in Scienze dell’Educazione, indirizzo Educatore Professionale, presso l’Università degli Studi di Palermo e docente di Scienze Umane e Tecniche di Comunicazione e Relazione Professionale Aziendale presso varie scuole e associazioni pubbliche e private. Componente della Commissione Istruzione e Formazione, beni culturali e servizi librari dell’Uici di Palermo, è autore di alcuni articoli, già pubblicati con la testata giornalistica dell’Uici, che si occupa della vita dei non vedenti e ipovedenti, comeLe Donne Cieche e il loro make-up (2016), Inclusione di Qualità (2016) e La condizione degli anziani nella società odierna (2017).


martedì 27 marzo 2018

In libreria: Maria Costanza, “Semu ricchi e altre poesie (in dialetto siciliano)”, prefazione di Letizia Passarello, Edizioni La Zisa, pp. 80, euro 8,00




Dall’incanto per la fioritura della vita a primavera, al ritratto ironico dei costumi moderni, questa raccolta di poesie celebra la bellezza dell’esistenza nella molteplicità delle sue forme e variazioni. Il divenire delle cose, attraverso l’inesorabile scorrere del tempo, muove la scrittrice al verso, rigorosamente cantato in dialetto siciliano. Immerso in questo scenario sonoro, il lettore potrà assistere all’appassionato racconto di tradizioni e luoghi, di significati e memorie.

Maria Costanza è nata ad Agrigento e per motivi di studio, all’età di diciotto anni, si trasferisce a Palermo, città dove ha svolto l’attività di docente di lettere e dove risiede tuttora. Introdotta dal padre, anche lui poeta, alla ricerca del bello, ha pubblicato presso la Montedit, nella collana Le Schegge d’Oro, la silloge Meditazioni poetiche, arrivando finalista nel concorso letterario “Il giro d’Italia delle poesie in cornice 2005”.

I misteriosi intrecci nella Sicilia del dopoguerra fra gli Usa e il bandito Salvatore Giuliano




Arriva in libreria il romanzo di Marco Palumbo, “La stella mancante”, prefazione di Rino Francaviglia, Edizioni La Zisa, pp. 212, euro 14,00

In una Sicilia a stelle e strisce, un professore dell’Università di Harvard conduce un’indagine storica sul banditismo e i suoi più celebri esponenti, ignaro, però, dello squarcio che sta aprendo sulla ricerca della sua stessa origine e identità. Immaginando un secondo dopoguerra diverso, l’autore mette in scena un racconto che si tinge di giallo e che ha come palcoscenico una Sicilia indipendente e annessa agli Stati Uniti d’America nel 1950, quando, in seguito all’iniziativa dei movimenti indipendentisti, l’isola si prepara ad un cinquantennio di sviluppo e prosperità. È in questo contesto che un professore venuto da Boston indagherà sulle vicende di un famigerato bandito Salvatore creduto morto dai più.

Marco Palumbo è nato a Palermo nel 1964. Conseguita la laurea in Scienze Politiche e la specializzazione in Diritto Regionale, intraprende la carriera nella pubblica amministrazione. In seguito a esperienze ministeriali svolte in continente, torna definitivamente in Sicilia nel 1996, dove svolge tuttora mansioni dirigenziali presso gli uffici della Regione.

lunedì 26 marzo 2018

Storia di un imprenditore coraggioso abbandonato dallo Stato ma che ha continuato a lottare contro Cosa Nostra.




Arriva in libreria Daniele Ventura (con la collaborazione di Franca Stefania Lo Cicero), “Cosa nostra non è cosa mia”, prefazione di Stefania Petyx, Edizioni La Zisa, pp. 48, euro 8,00

“Questa è la mia storia, la storia di un bambino divenuto ragazzo che ha combattuto contro la sua paura più grande, una paura chiamata ‘Cosa nostra’. Poco dopo aver realizzato il mio sogno con tanti sacrifici, mi sono trovato prima minacciato e poi abbandonato dallo Stato italiano, lo stesso Stato che prima ti chiede di denunciare il racket, ma che poi ti lascia in preda alle conseguenze delle tue denunce, solo e disperato. Da bambino sono cresciuto a Brancaccio, un quartiere della periferia di Palermo tristemente noto per la sua delinquenza, il rione dove la mafia ha ucciso don Pino Puglisi, una zona con mille contraddizioni e tanta criminalità.
Da piccolo non potevo scendere giù in strada a giocare con gli altri bambini, perché mentre noi, famiglia semplice, cattolica, vivevamo nella legalità, i nostri vicini avevano uno o più parenti in galera o agli arresti domiciliari, e la situazione nei dintorni del palazzo dove abitavamo non era affatto tranquilla. Ogni tanto i miei genitori si chiedevano come mai, immersi in quel mondo intriso di illegalità, tutti e sei i loro figli, grazie a Dio, non avessero preso brutte strade, costretti nella realtà di un quartiere a cui alla fine abbiamo imparato a voler bene, pur senza lasciarci contagiare dalla sua prevalente indole malavitosa”. (dall’Introduzione dell’Autore)

Daniele Ventura (Palermo, 1984) nasce e cresce nel difficile quartiere di Brancaccio, dominato dalla delinquenza. Appartenente a una famiglia modesta e di sani principi, riesce a rimanere estraneo al clima prevalentemente malavitoso del rione. Si diploma in ragioneria e svolge svariati lavori, prima di aprire un bar-ristorante nella sua città. Dovrà quindi fare i conti con la mafia e affrontare un processo che lo porterà a far condannare i suoi estorsori. Da allora è impegnato in prima linea nella lotta contro la mafia. È sposato, ha un figlio e continua a vivere in Sicilia.

martedì 20 marzo 2018

Palermo 27 marzo, Si presenta “Gregorio. Un fiore cresciuto sulle zolle del Calvario” (Ed. La Zisa) di Caterina Zabbia




“Gregorio. Un fiore cresciuto sulle zolle del Calvario” è il titolo dell’opera di Caterina Zabbia, mandato in questi giorni in libreria dalle Edizioni La Zisa, che sarà presentata martedì 27 marzo, alle ore 17,30, presso il salone della parrocchia di Sant’Ernesto, sita in via Campolo 11, a Palermo. Oltre all’autrice, interverranno padre Giuseppe Turco, agostiniano; padre Mario Genco, agostiniano scalzo; e don Carmelo Vicari, parroco di Sant’Ernesto. Modererà il giornalista Francesco Inguanti.

Il libro: Caterina Zabbia, “Gregorio. Un fiore cresciuto sulle zolle del Calvario”, Presentazione di padre Luigi Pingelli Oad, Prefazione di padre Mario Genco Oad, Nota di don Carmelo Vicari, Edizioni la Zisa, Pp. 80, Euro 9,90

Quest’opera racchiude le tracce di un’esistenza silenziosamente votata all’accettazione del sacrificio: quella del terziario agostiniano Gregorio Fasulo. L’ardente ricerca di un disegno superiore incastonato nell’esistenza umana, in grado di giustificarne il dolore e le privazioni come momenti di massima vicinanza al divino, è la nota dominante di questo racconto, nonché degli sforzi compiuti dall’autrice, e nipote, per metterne insieme i pezzi. Chiamato “attraverso la malattia e la sofferenza” a farsi “modello di santità nello stato di vita secolare”, Gregorio Fasulo dimostrò che è possibile “percorrere la via di assimilazione a Cristo anche nella normalità della condizione laicale”.

Caterina Zabbia, nata a Palermo il 2 febbraio 1953, ha conseguito nella stessa città i diplomi di Scuola Magistrale e di Istituto Magistrale. Dopo alcuni anni di insegnamento nella provincia di Trapani, svolge attualmente l’attività di insegnante specializzata nel sostegno nella scuola primaria a Palermo. Ha realizzato con gli alunni laboratori teatrali e di canto corale. Fa parte sin da bambina di Azione Cattolica, nella quale è educatrice dei ragazzi; svolge inoltre la funzione di catechista. Appassionata di canto corale, fa parte del coro della parrocchia Sant’Ernesto e del coro della Cattedrale di Palermo.

In libreria: Amal Hazeen, “Ğamāl al-Bannā. Una nuova visione dell’Islam”, Edizioni La Zisa, pagine 96, euro 12,00




"Questo testo vuole mettere in risalto le fondamenta di un pensiero diverso in seno all’Islam e di dargli voce in Occidente. L’autore era un po’ conosciuto in Italia perché concedeva diverse interviste a giornalisti italiani, ma i suoi scritti che possono esporre bene la sua visione dell’Islam esistono solo in arabo. Perciò, quando ho scelto il capitolo oggetto della ricerca, la mia intenzione era di esporre una visione islamica diversa da quella tradizionale conosciuta in Occidente. Ma non solo, siccome provengo da un paese oggi a maggioranza islamica e poiché mi sta tanto a cuore il dialogo interreligioso, soprattutto con gli ebrei e i musulmani, questa mia scelta intendeva anche cercare e trovare delle basi solide per un incontro proficuo o un punto comune, sia a livello religioso che sociale e politico, da cui partire e lavorare insieme, ebrei, musulmani e cristiani, per il bene comune delle nostre società". (dall’Introduzione di Amal Hazeen)


Amal Hazeen è palestinese. Da più di 20 anni vive a Roma. È docente di Metodologia della ricerca e del lavoro scientifico, di Dialogo interreligioso e Introduzione all’Islam alla Pontificia Università Urbaniana e presso la  Pontificia Università Gregoriana. Ha lavorato al Programma alimentare mondiale per diversi anni e dal 1995 collabora con la Sala stampa della Santa Sede. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze dell’Educazione e un master in Studi arabi e d’Islamistica. Oltre a diversi articoli su riviste specializzate, ha pubblicato il volume “Il coraggio di cambiare la storia. Il dialogo ebraico-cristiano dal Concilio a Giovanni Paolo II” (EMI, 2008).

lunedì 19 marzo 2018

Palermo 29 marzo, Si presenta “Labieno” (Ed. La Zisa) di Filippo Ferrandi



“Labieno”, romanzo storico di Filippo Ferrandi, pubblicato dalle Edizioni La Zisa, torna a Palermo dopo un piccolo tour di presentazioni in altre città del Paese. Appuntamento giovedì 29 marzo, alle ore 18, presso i locali del “British Institutes” di via Re Federico 18/Bis, a Palermo. Insieme all’autore interverrà Gabriella Maggio.

Il libro: Filippo Ferrandi, “Labieno”, Edizioni La Zisa, pp. 168, euro 15,90

Le sorti della Repubblica romana dipendono dai destini di due temibili schieramenti, quello dell’impavido Cesare e quello aristocratico, capeggiato dagli irriducibili generali pompeiani. Ma ciò che realmente guiderà le mosse di questo duello è una diversa concezione del potere: lasciare che sia un uomo solo alla guida di Roma, con l’effetto immediato di esautorare il Senato, e con esso un’intera tradizione politica, o credere a rischio il destino del Popolo romano, e lottare per una causa chiamata “Libertà” e “Repubblica”? In un clima di tensione, tra il frastuono delle armi e le urla di battaglia, emerge il profilo di un nobile stratega dall’indiscusso talento per la guerra: Tito Labieno. Un tempo amatissimo alleato di Cesare, Labieno opporrà resistenza alla solitaria corsa al potere del Dittatore, fronteggiandolo nel ruolo di una perfetta nemesi lungo l’arco del racconto.

Filippo Ferrandi è nato a Palermo nel 1988. Si è laureato in Studi Storici, Antropologici e Geografici presso l’Università degli Studi di Palermo, lavora come docente nelle scuole secondarie superiori e ha insegnato Italiano agli stranieri. Animato da un profondo interesse per la Storia Romana, e i suoi illustri personaggi, si dedica alla ricerca sul tema.

Arrivano in libreria i “Racconti Indipendenti” (Ed. La Zisa) di Antonino Saetta





Spaziando da scenari onirici a copioni di fantascienza, questa raccolta di racconti si presenta al lettore come una sfida che non nasconde i suoi tratti più provocatori. Gli squarci aperti dalla scrittura sui futuri destini della specie umana si alternano a narrazioni apparentemente più ordinarie, ma altrettanto caratterizzate da contorni sognanti e pertanto fumosi. Mescolando a dovere ingredienti dal sapore acre, come gli egoismi di classe e l’aggressività, il gusto per la guerra e l’ibridazione robotica, ciò che viene fuori è un ritratto irriverente della natura umana.

Antonino Saetta è nato a Palermo il 22 aprile 1995. Dopo aver conseguito il diploma al Liceo Classico “Umberto I”, ha iniziato lo studio dell’ingegneria cibernetica presso l’Università degli Studi di Palermo. Parla fluentemente l’inglese e il tedesco e ha vissuto in Polonia in occasione di un’esperienza Erasmus. Porta il suo nome in memoria del nonno, morto per mano mafiosa prima della sua nascita.

Antonino Saetta, “Racconti Indipendenti”, Edizioni la Zisa, pp. 132, euro 10,00

giovedì 15 marzo 2018

Palermo 23 marzo, evento per i più piccini e non solo: presentazione del “Fantastico mondo di RosMari” di Rosario Prestianni e Maria Di Leto (Ed. la Zisa)



Un pomeriggio in compagnia dei favolosi personaggi del “Fantastico mondo di RosMari” (Edizioni la Zisa). Appuntamento venerdì 23 marzo, alle ore 17, presso la Sala degli Specchi di Villa Niscemi, in piazza dei Quartieri 2, a Palermo.  Interverranno Rosario Prestianni e Maria Di Leto, autori, e Marco Anello, dirigente Miur dell’Ambito territoriale di Palermo.

In un mondo fantastico, popolato da creature curiose e dall’animo gentile, prendono forma incredibili avventure in grado di accendere la fantasia di grandi e piccini. Accadrà, così, di conoscere una vivace famiglia di coniglietti e un viaggio alla ricerca dell’ignoto, o il felice ritorno a casa di chi, strappato alla propria terra, ha attraversato innumerevoli peripezie, e infine una principessa dai piedi di zenzero che attende speranzosa l’arrivo del principe.

Rosario Prestianni è nato nel 1958. Papà di quattro figli, è un appassionato sognatore che ama la vivace compagnia dei più piccoli. Innamorato della terra siciliana, si dedica alla ricerca e tutela dei prodotti locali, commercializzando pane di farine di antichi grani siciliani.

Maria Di Leto è nata a Palermo nel 1968 e ha studiato architettura. Da sempre appassionata di arte, da più di 25 anni si dedica con creatività all’insegnamento nella scuola primaria. Nel tempo libero coltiva l’amore per l’illustrazione.

Rosario Prestianni, “Il fantastico mondo di RosMari”, Illustrazioni di Maria Di Leto, Edizioni la Zisa, pp. 112, Euro 12,00 (ISBN 978-88-99113-94-0)

mercoledì 14 marzo 2018

Magenta (Mi) 17 marzo, Si presenta il saggio di Sara Generali “Per conoscer... dov’io fossi. La selva e altri luoghi nella Divina Commedia” (Ed. La Zisa)



Appuntamento con Sara Generali,  sabato 17 marzo alle 17 e 30, presso la libreria "Le memorie del mondo",  alla Galleria Portici n. 5, a Magenta (Mi), per conversare con lei intorno al suo saggio  “Per conoscer... dov’io fossi. La selva e altri luoghi nella Divina Commedia”, pubblicato dalle Edizioni La Zisa.

Il libro: Sara Paola Generali, “Per conoscer... dov’io fossi. La selva e altri luoghi nella Divina Commedia”, Edizioni la Zisa, pp. 176, euro 12,00 (ISBN 978-88-99113-83-4)

L ’oggetto di questa tesi è costituito dall’individuazione, analisi e interpretazione di una serie mirata di luoghi, particolarmente significativi, presenti nelle prime due cantiche della Commedia dantesca: luoghi rappresentati sia in senso allegorico-simbolico e metaforico sia nel significato letterale, naturale o geografico, dei termini. [...] Per ogni luogo si è fornito un elenco delle ricorrenze, si è svolta [...] un’indagine delle fonti dalle quali Dante avrebbe tratto ispirazione e si è eseguita un’analisi di diversi commenti, antichi e moderni, cercando di operare un’ulteriore messa a fuoco sul piano critico e interpretativo. Ognuno dei luoghi analizzati presenta una possibilità di lettura a molteplici livelli e impieghi dello stesso termine in contesti tra loro molto differenti: la geografia dell’opera spazia continuamente da un livello fisico a uno metaforico, costruendo una fitta rete di richiami e interconnessioni dalle forti valenze simboliche poiché, come afferma il professor Enrico Malato: «Nulla, in Dante, è casuale».  (dall’Introduzione e dalle Conclusioni di Sara Paola Generali)

Sara Paola Generali (Milano, 1989), dottoressa in Lettere moderne all’Università degli Studi di Milano e diplomata in flauto traverso al Conservatorio Guido Cantelli di Novara, insegna italiano, storia e geografia nelle scuole secondarie.


“L’origine del male. Sul pensiero filosofico dell’ultimo Pareyson”. Una bella e stimolante recensione di AUGUSTO CAVADI




L’origine del male. Sul pensiero filosofico dell’ultimo Pareyson (La Zisa, Palermo 2016, pp. 112), di Giada Trapani, si presta almeno a tre prospettive di lettura. E’, infatti, prima di tutto, uno studio su Luigi Pareyson (1918-1991): e, da questa angolazione, ha il merito di evocare uno dei maggiori pensatori italiani del XX secolo, maestro di Umberto Eco e di Gianni Vattimo. Secondariamente è uno studio su una delle fonti principali della meditazione speculativa dello stesso Pareyson: il filosofo Friedrich Wilhelm Joseph Schelling ( 1775-1854), a sua volta uno dei maggiori pensatori del XIX secolo. Per quanto interessanti, queste prime due angolazioni riguardano direttamente la storia della filosofia e, dunque, intrigano molto di più gli specialisti della disciplina che il lettore “comune”. A quest’ultimo, invece, può interessare piuttosto la terza prospettiva da cui questo testo della Trapani si presta a essere letto: la domanda, inquietante e universale (cui si riferisce il titolo stesso della monografia), su “l’origine del male”. Ed è su quest’aspetto che mi propongo di dire qualcosa nel corso della presentazione del libro della Trapani previsto, in compagnia di Giampiero Tre Re, presso la Libreria del Mare (a Palermo, in via Cala 50) venerdì 16 marzo alle 17,30. Le cronache quotidiane, ma prima ancora la biografia di ciascuno di noi, sono sommerse da eventi dolorosi: bambini che nascono con gravi malformazioni genetiche, individui irresistibilmente attratti dal sadismo e dal masochismo, terremoti e uragani, conflitti tribali e guerre mondiali… Il quadro non si alleggerisce certo se lo sguardo si amplia sino a coinvolgere gli altri animali senzienti della Terra o le catastrofi cosmiche in milioni o forse miliardi di galassie. Di fronte a questi dati irrefutabili si registrano molte, diversissime, reazioni. Una prima reazione è il voltarsi dall’altra parte, il decidere di non farci caso. Di non pensarci, almeno sino a quando non veniamo visitati dal male nell’intimità della nostra casa. Pascal parlerebbe della strategia del divertissment. Pareyson accenna a qualcosa di simile quando parla di “nichilismo consolatorio, come forma di eudemonismo” che “va alla ricerca della felicità percorrendo una strada sollevata dal peso della pena e del dolore” (così la Trapani a p. 90). Un modo simile di non pensarci è di affidarsi a una Volontà superiore che chiamiamo talvolta Destino talvolta Dio : la “rassegnazione” pagana degli stoici o di molte correnti del cristianesimo (da alcuni passi evangelici al fideismo di circoli cattolici e protestanti contemporanei). Una terza reazione ha trovato in sant’Agostino il suo maestro e in Leibniz il suo esponente estremista: il male c’è, ma come risvolto inevitabile del bene. Agostino: Dio ha voluto creare un essere libero (e la libertà è un bene), ma l’uomo ha usato male la libertà (il peccato è appunto male morale) e, di conseguenza, ha sperimentato la sofferenza (il male fisico come effetto del male morale: l’anima si è ribellata a Dio, il corpo si è ribellato all’anima, l’universo si è ribellato al corpo). Tutta questa tragedia ha costituito la condizione di possibilità dell’incarnazione redentrice: “ O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere  redemptorem ! ”. Insomma, alla fin dei conti, un mondo con un Dio incarnato per riparare il peccato dell’uomo è un mondo migliore di un mondo senza peccato, senza sofferenze, ma anche senza Cristo. Leibniz va oltre: questo mondo, con i suoi chiaroscuri di bellezza e di bruttezza, non è solo migliore di un mondo senza libertà, ma – dal momento che Dio è sommamente buono e sommamente potente – è “il migliore dei mondi possibili” (l’autrice del saggio ne riferisce alle pp. 66 – 67). I tentativi di salvare onnipotenza e assoluta bontà divina non convincono l’ebreo Hans Jonas: dopo Auschwitz bisogna scegliere fra un Dio onnipotente ma non buono e un Dio buono ma non onnipotente. Siamo a una quarta, possibile, reazione davanti al tema del male nell’universo: Dio, per creare il mondo, si è ritratto (antica dottrina dello zim-zum), lasciando uno spazio alle creature. In quello spazio egli non ha più potestà: accetta il rischio che le cose vadano come devono andare, o come gli uomini vogliono che vadano, senza poter interferire attivamente. Sia i cristiani Agostino e Leinbiz sia l’ebreo Jonas cercano nella libertà umana la chiave di spiegazione dell’enigma costituito dal male: ma non è questo un orizzonte troppo antropocentrico? Soprattutto alla luce delle scoperte cosmologiche da Copernico all’astronomia contemporanea, come cercare in un esserino comparso pochi secondi fa la ragion d’essere di sconvolgimenti che hanno interessato l’universo da tempi immemori e, per non andare troppo lontano, gli animali del nostro pianetino (vedi dinosauri) ben prima della comparsa dell’homo sapiens (e, sia pur condizionatamente, liber)? E’ sulla base di simili considerazioni che pensatori come Schelling (e come Pareyson che a lui si rifà) ritengono inevitabile allargare enormemente il campo d’indagine e spingersi a cercare l’origine del male, del negativo, in Dio stesso (o comunque si voglia denominare il Fondamento primo e assoluto da cui scaturisce momento per momento tutto ciò che è): non accettano di “affermare che la sola libertà dell’uomo può sostenere l’intero peso del male che dilaga nell’universo”, convinti che una visuale solo etica “si rivelerebbe troppo ristretta per un affare così immane e sconvolgente” (p. 101). Il male si squaderna nell’universo non come un imprevisto – più o meno riparabile, più o meno provvidenziale – ma come espressione necessaria di una ferita originaria nel cuore stesso della Sorgente abissale di ogni ente. L’ipotesi interpretativa non è facile da sintetizzare perché si basa sull’intuizione vertiginosa che ci sia “Dio prima di Dio” (p. 103). Schelling infatti distingue, nella sfera del divino, la Persona di Dio da una più radicale, abissale, Natura divina che come un humus primordiale contenente di tutto, tanto di positività quanto di negatività: “La natura di Dio è il desiderio che prova Dio di generare se stesso, è il volere esistere di Dio. Ma il volere di Dio è privo di luce, di forma, di ordine: è il <<volere nel volere>>, è la bramosia cieca, il buio dell’irrazionale, il cupo mistero di Dio.[…] Dio esce dall’abisso per divenire Dio vivente, personale e conquista la sua personalità attraverso il suo movimento in cui si realizza la sua libertà.[…] Il principio  oscuro e il principio di luce in Dio sono inseparabili” (pp. 56 – 57). Insomma: “per Pareyson, come per Schelling, il male è nel mondo perché è già in Dio” (p. 58). Tutta questa teoria vorrebbe illuminare ciò che accade ogni giorno sotto i nostri occhi: “La vita, che è conflitto tra il bene e il male, rispecchia l’originaria lotta che è già nell’Assoluto, e la storia degli uomini che diventa strumento e fine della vittoria del positivo sul negativo riverbera l’affermazione che si è compiutamente realizzata eternamente in Dio, e attraverso la quale Dio si costruisce come persona che si fa” (p. 59). Se Dio stesso, in quanto “libertà originaria, ha avuto una profonda radicale esperienza del negativo al punto da averlo vinto e debellato per sempre, ciò significa che Dio stesso non è pensabile se non come contenente in sé il male per quanto questo si mostri già superato e vinto all’interno stesso della positività di Lui”; non è pensabile senza ammettere “una zona d’ombra nella positività originaria stessa” (p. 103). Ma se è inquinata la Sorgente, tutto il corso del ruscello ne risentirà: “Il dolore, l’insopprimibile tristezza umana, la malinconia di ogni vita, la sofferenza, la finitezza della condizione umana, il fatto ampiamente constatabile che il male è contemporaneamente nel cuore di ogni realtà vivente e dell’universo intero, secondo il nostro filosofo, hanno la loro radice proprio in questa zona d’ombra intrinseca alla positività stessa” (ivi). Non è questo il luogo opportuno per approfondire questa concezione del male, ma almeno un cenno lo si deve all’idea di Dio che essa comporta: un Dio pensato non più come pura Trascendenza, ma come Trascendenza-Immanenza; non monoteisticamente (né tanto meno teisticamente) , ma pan-en- teisticamente. Un’osservazione in margine. Queste opinioni su Dio differiscono molto dall’idea che di Dio mostrava di avere Gesù di Nazareth, almeno se ci basiamo sui vangeli (canonici ed extra-canonici). Tale differenza può mettere in crisi la fede (nell’accezione abituale del vocabolo) del credente “comune”? Dipende dalla nostra attrezzatura esegetica in campo biblico. Se siamo ancorati a una visione medievale di Gesù come Onnisciente, incaricato di rivelare le verità divine più segrete, quasi una sorta di cassaforte metafisica a disposizione dei teologi, apprendere che egli avesse una concezione di Dio altissima, ma imperfetta, può risultare sconvolgente. Se, invece, alla luce degli studi biblici degli ultimi due secoli, abbiamo riscoperto la vera umanità di Gesù, e dunque abbiamo capito che egli non era un esperto di tematiche speculative ma un maestro di vita, allora le indicazioni più tipicamente evangeliche (riguardanti l’impegno per una società improntata alla sobrietà, alla nonviolenza, alla solidarietà, alla fraternità e così via) resteranno valide, per nulla intaccate. Personalmente, insomma, ho molte riserve sulle teorie pareysoniane circa l’origine del male, ma non mi sognerei di dichiararle eretiche: vanno esaminate e discusse laicamente come laicamente va vagliata ogni teoria filosofica. Eretico, in questo campo, può essere chi viola l’ortoprassi più che l’ortodossia: chi conta di vivere al riparo della sofferenza, anche a costo di seppellirsi nel bunker del proprio privato per non vedere né ascoltare il dolore dell’universo.

(Siciliainformazioni.it, 13 marzo 2018)


mercoledì 7 marzo 2018

Per i tipi delle Edizioni La Zisa arriva in libreria “L'uomo di ferro” di Iulian Emil Murgoci




Questo libro racchiude l’avvincente racconto di una sfida, o meglio, di una lunga corsa verso la vita che tenta ripetutamente di rigenerare se stessa. Ma per raggiungere questa meta è necessaria prima una fine, una caduta che spezzi il passo del corridore regalandogli un nuovo slancio prima dell’arrivo. Quella che il lettore si appresta a scoprire è la storia del giovane autore, Iulian Emil Murgoci, che senza giri di parole mette a nudo il proprio vissuto fatto di solitudine e depressione, uso di droghe e desiderio di morte, ma anche di coraggio e rinascita.

Iulian Emil Murgoci è nato a Ivesti, in Romania, il 13 settembre del 1988 e dal 1994 risiede in Italia, a Fiano Romano. Dopo aver conseguito il diploma presso l’Istituto Tecnico Commerciale “Via Luisa di Savoia, 14” di Roma, ha lavorato come benzinaio, operatore di call center e receptionist. Appassionato di corsa e ciclismo, nel 2012 ha partecipato alla Maratona di Roma terminandola con un tempo di 3 ore, 40 minuti e 51 secondi.

Il libro: Iulian Emil Murgoci, “L'uomo di ferro”, Edizioni La Zisa, pp. 180, euro 14,00

Bagheria (Pa) 10 marzo, Si presenta il romanzo di Mariceta Gandolfo "Sotto il cielo di Palermo. Storie di famiglie" (Ed. La Zisa)



Sabato 10 marzo alle ore 16.45 sarà presentato a Palazzo Aragona Cutò di Bagheria "Sotto il cielo di Palermo. Storie di famiglie", ultima fatica di Mariceta Gandolfo, ex insegnante presso il Liceo classico Francesco Scaduto. Durante la presentazione, oltre all'autrice, interverranno il professore Domenico Figà già Dirigente Scolastico del Liceo Scaduto e il professore Domenico Aiello.
L'incontro, aperto a chiunque abbia interesse a partecipare, sarà ulteriormente impreziosito dalla lettura di brani del romanzo da parte delle allieve del laboratorio teatrale del Liceo Scaduto, diretto dalla professoressa Gabriella Paredes.
"Sotto il cielo di Palermo. Storie di famiglie" è un romanzo che narra le vicende di due famiglie, distanti e diversissime tra loro, destinate ad incontrarsi, sullo sfondo di una Palermo che troneggia sovrana, con i suoi riti, il suo dialetto, le sue usanze. La storia si sviluppa in un arco temporale molto vasto, dai primi anni del '900 fino agli anni '60, in cui la realtà storica dei fatti viene sapientemente miscelata all'artificio narrativo, creando una trama a metà tra finzione e realtà. Protagoniste una famiglia composta da un intraprendente giovanotto milanese, commesso di una cartoleria a Milano, che viene mandato dal suo principale a dirigere una succursale a Palermo, e una famiglia di cui fa parte un'agiato gabelloto, originario di una delle zone più interne ed arretrate della Sicilia, che ambisce ad assicurare un futuro da “borghese” ai suoi figli. Da queste due scelte di vita scaturiranno tutte le vicende, i destini, gli amori.
Mariceta Gandolfo, profondamente legata alle due famiglie protagoniste, ha scelto di essere la voce narrante di questo romanzo. L'autrice, conosciuta tra la cittadinanza bagherese soprattutto per il suo ruolo di insegnante presso il Liceo Scaduto, si è da sempre dedicata alla scrittura e alla direzione di vari testi teatrali, ha collaborato alla rivista Mezzo Cielo e attualmente scrive per la rivista di psicologia Link. Al momento insegna presso l’Università Leonardo Da Vinci di Palermo.

giovedì 1 marzo 2018

Per i più piccini! Siete pronti a entrare nel “Fantastico mondo di RosMari” in compagnia di Rosario Prestianni e di Maria Di Leto?




In un mondo fantastico, popolato da creature curiose e dall’animo gentile, prendono forma incredibili avventure in grado di accendere la fantasia di grandi e piccini. Accadrà, così, di conoscere una vivace famiglia di coniglietti e un viaggio alla ricerca dell’ignoto, o il felice ritorno a casa di chi, strappato alla propria terra, ha attraversato innumerevoli peripezie, e infine una principessa dai piedi di zenzero che attende speranzosa l’arrivo del principe.


Rosario Prestianni è nato nel 1958. Papà di quattro figli, è un appassionato sognatore che ama la vivace compagnia dei più piccoli. Innamorato della terra siciliana, si dedica alla ricerca e tutela dei prodotti locali, commercializzando pane di farine di antichi grani siciliani.

Maria Di Leto è nata a Palermo nel 1968 e ha studiato architettura. Da sempre appassionata di arte, da più di 25 anni si dedica con creatività all’insegnamento nella scuola primaria. Nel tempo libero coltiva l’amore per l’illustrazione.

Arriva in libreria: Rosario Prestianni, “Il fantastico mondo di RosMari”, Illustrazioni di Maria Di Leto, Edizioni la Zisa, pp. 112, Euro 12,00 (ISBN 978-88-99113-94-0)


martedì 27 febbraio 2018

Palermo 16 marzo, Alla libreria del Mare si presenta il saggio di Giada Trapani, “L’origine del male. Sul pensiero filosofico dell’ultimo Pareyson”, Edizioni La Zisa



Appuntamento venerdì 16 marzo, alle 17 e 30, alla Libreria del Mare di via Cala 50, a Palermo, per la presentazione del saggio di Giada Trapani, “L’origine del male. Sul pensiero filosofico dell’ultimo Pareyson”, Edizioni La Zisa. Dialogheranno con l’autrice Augusto Cavadi e Giampiero Tre Re.

In libreria: Giada Trapani, “L’origine del male. Sul pensiero filosofico dell’ultimo Pareyson”, Edizioni La Zisa, pp. 112, euro 12,00

“L’analisi e l’approfondimento dell’ultima riflessione filosofica di Luigi Pareyson nascono dall’esigenza di accostarmi al problema del male la cui forza oscura di inesauribile desiderio di distruzione è presente, nel mondo umano, come realtà sconvolgente.

Com’è possibile chiudere gli occhi di fronte al trionfo del male, alla natura diabolica di certe forme di malvagità, alle più atroci manifestazioni di perversità umana? Com’è possibile consegnare queste atrocità al freddo e impietoso giudizio dell’etica e al debole, compassionevole, buonismo religioso? Il bisogno di parlare del male, dunque, prende forma dalla necessità di comprenderne l’esistenza e di darne ragione.

Il male si manifesta nel mondo in tutta la sua intatta grandezza, vincendo battaglie, gridando violentemente la sua potenza, nutrendosi di esseri umani senza operare una selezione di cibo, torturando, mortificando e lacerando ogni forma di bellezza, esultando davanti al dolore, ridendo davanti alla morte; il male ha il volto dell’uomo. Ecco allora che, come squarcio lacerante, irrompe dentro di noi la domanda: perché? Perché guardando il male vediamo noi stessi? Cercando la risposta, cercando la verità noi ci cerchiamo.

L’ultima meditazione di Pareyson è volta alla scoperta dell’origine di un male che affonda le sue radici nella buia e silenziosa profondità della natura umana, in quel luogo senza spazio, senza tempo, senza leggi, che è la libertà. Il filosofo va alla ricerca della sorgente, il filosofo ha sete di abisso. Il tema della libertà e il problema del male, nella loro interna connessione e inscindibilità, costituiscono il centro pulsante dell’ultima filosofia di Luigi Pareyson.

Una serie di inquietanti e vertiginose domande sul male e sul dolore incalzano il filosofo: è possibile che di tutto il male, così smisurato nell’universo, la colpa sia interamente da porre a carico della libertà dell’uomo? E che egli, tragico realizzatore del male, ne sia il solo e unico responsabile? Dio è del tutto innocente? Oppure è compromesso nell’intera vicenda di male e di dolore che marchia ogni vivente?

Pareyson sorvola il vertiginoso baratro della ragione umana senza cadervi, ritrovando una nuova ragione filosofica, cosciente dei suoi limiti eppure coraggiosa, forgiando una filosofia che si costruisce sull’intreccio indissolubile tra ontologia della libertà, pensiero tragico ed ermeneutica dell’esperienza religiosa. Il filosofo pone in essere il tentativo di pensare il male non in chiave privativa e di non giustificare Dio alla maniera della teodicea di Leibniz. Alla domanda del perché soffrono anche gli innocenti, Pareyson, infatti, tenta di dare una risposta che egli chiama cristologia laica che assorbe interamente il Dio sofferente compromesso nella vicenda del dolore umano. Pareyson cerca l’interesse da parte di tutti gli uomini di fede e non, accomunati dall’uso della ragione e dalla tragicità della condizione umana”. (dall’Introduzione dell’autrice)

Giada Trapani è nata a Palermo, ha studiato pianoforte presso il Conservatorio di Musica “Vincenzo Bellini” di Palermo, ha poi conseguito il diploma di laurea in canto a indirizzo artistico, l’abilitazione alla didattica musicale infantile e la laurea in filosofia presso l’Università degli Studi di Palermo, sviluppano una tesi di filosofia morale.
Dopo gli studi concernenti tematiche ambientali e un master in Politiche e strumenti di sviluppo sostenibile, ha vinto una borsa di studio e ha iniziato a lavorare presso enti e aziende di settore, occupandosi di formazione ambientale e progettazione alla sostenibilità.